I
pugni in tasca
Quando
da piccolo assistevo agli incontri di Cassius Clay, di Nino
Benvenuti, di Sugar Leonard, mi chiedevo cosa provassero
ad ogni pugno preso, ad ogni pugno dato. Mi chiedevo cosa
li spingesse a farsi sfigurare il volto, gli occhi, il naso
e a non sentire dolore; quanto dolore avevano provato nella
loro vita? Con quale rabbia si doveva dare il pugno, con
quale determinazione si assisteva all’avversario che
cadeva, grondante di sangue, al tappeto, con quale assoluta
freddezza si poteva gioire del suo svenimento. Una rabbia
contro l’umanità? Contro una società
che li aveva emarginati? Da ragazzini si crede a quello
che si vede e mai a quello che è nascosto dietro
quei gesti. Di Clay mi piaceva quel suo ballare leggero
anche se grande come un gigante, ballava e picchiava, picchiava
a sorrideva sornione, sorrideva e istigava il proprio avversario,
in una continua sfida fisica e psicologica. Ma quando ero
ragazzino i miti erano solo quelli dello sport e questo
sport era quello da dove partivano tanti poveri e chi ce
la faceva, a volte, inebriato dal denaro e dalla notorietà,
si perdeva in un tempo minore di un KO; quello che non avevano
potuto gli avversari potevano i soldi.
Da ragazzino entrai in una palestra di boxe. Puzzava di
sudore e cuoio bagnato. Asciugamani e scarpette slacciate.
Corde che saettavano facendo danzare i pugili. Sacchi deformati
e pere in continuo scuotimento. Le fasce erano sulle mani,
intorno al collo degli allenatori, sulle corde del ring,
e qualcuna ben ripiegata sulle panche di legno. Il naso.
Si dovevano far rompere il naso se volevano diventare campioni.
I pugili li riconoscevi subito, avevano il naso schiacciato,
sopracciglia folte, ispessite dai colpi e zigomi alti. I
caschetti di cuoio stavano sui pilastri del ring ad aspettare
qualcuno che li indossasse per combattere.
Gli odori, i rumori e le luci di quelle palestre non ci
sono più. Oggi manca anche la motivazione che ti
spingeva a diventare pugile, la determinazione al sacrificio,
alla sopportazione, manca il sogno che si deve realizzare
per sistemarsi la vita.
Oggi le palestre sono diverse. Più grandi, più
pulite, e le ragazze praticano di tutto contrariamente a
qualche anno fa. Ma loro, i pugili, sono sempre là.
Li vedi che sudano come una volta, che faticano, li vedi
segnati dai colpi, stremati dalla fatica e disposti al sacrificio.
Sono cambiate le scarpe, i guantoni, le maglie, ma il loro
sguardo no, è sempre lo stesso. Li vedi, quei pugili
senza tempo, sempre presi a migliorare il loro uppercut,
a colpire di montante, a schivare e a rientrare. E sudano,
e faticano, e sopportano come quelli di prima. Allora capisci
che la motivazione non era quella che credevi, quella che
ti avevano spiegato, non si trattava di rabbia ma di vita,
vogliono combattere per sentirsi vivi. Quei pugni che tengono
stretti in tasca, in quella tasca grande come la loro anima,
li vogliono far esplodere per dire al mondo che ci sono,
sono lì, fermi sulle loro gambe, pronti a combattere.
Non odiano il loro avversario, non lo temono, con lui si
misurano, soltanto.
Sono disposti a prendere i pugni solo per capire quanti
ne dovranno prendere prima di sapere quanto valgono.