PERSONAGGIO: FEDERICO RANALLI

I pugni in tasca

Quando da piccolo assistevo agli incontri di Cassius Clay, di Nino Benvenuti, di Sugar Leonard, mi chiedevo cosa provassero ad ogni pugno preso, ad ogni pugno dato. Mi chiedevo cosa li spingesse a farsi sfigurare il volto, gli occhi, il naso e a non sentire dolore; quanto dolore avevano provato nella loro vita? Con quale rabbia si doveva dare il pugno, con quale determinazione si assisteva all’avversario che cadeva, grondante di sangue, al tappeto, con quale assoluta freddezza si poteva gioire del suo svenimento. Una rabbia contro l’umanità? Contro una società che li aveva emarginati? Da ragazzini si crede a quello che si vede e mai a quello che è nascosto dietro quei gesti. Di Clay mi piaceva quel suo ballare leggero anche se grande come un gigante, ballava e picchiava, picchiava a sorrideva sornione, sorrideva e istigava il proprio avversario, in una continua sfida fisica e psicologica. Ma quando ero ragazzino i miti erano solo quelli dello sport e questo sport era quello da dove partivano tanti poveri e chi ce la faceva, a volte, inebriato dal denaro e dalla notorietà, si perdeva in un tempo minore di un KO; quello che non avevano potuto gli avversari potevano i soldi.
Da ragazzino entrai in una palestra di boxe. Puzzava di sudore e cuoio bagnato. Asciugamani e scarpette slacciate. Corde che saettavano facendo danzare i pugili. Sacchi deformati e pere in continuo scuotimento. Le fasce erano sulle mani, intorno al collo degli allenatori, sulle corde del ring, e qualcuna ben ripiegata sulle panche di legno. Il naso. Si dovevano far rompere il naso se volevano diventare campioni. I pugili li riconoscevi subito, avevano il naso schiacciato, sopracciglia folte, ispessite dai colpi e zigomi alti. I caschetti di cuoio stavano sui pilastri del ring ad aspettare qualcuno che li indossasse per combattere.
Gli odori, i rumori e le luci di quelle palestre non ci sono più. Oggi manca anche la motivazione che ti spingeva a diventare pugile, la determinazione al sacrificio, alla sopportazione, manca il sogno che si deve realizzare per sistemarsi la vita.
Oggi le palestre sono diverse. Più grandi, più pulite, e le ragazze praticano di tutto contrariamente a qualche anno fa. Ma loro, i pugili, sono sempre là. Li vedi che sudano come una volta, che faticano, li vedi segnati dai colpi, stremati dalla fatica e disposti al sacrificio. Sono cambiate le scarpe, i guantoni, le maglie, ma il loro sguardo no, è sempre lo stesso. Li vedi, quei pugili senza tempo, sempre presi a migliorare il loro uppercut, a colpire di montante, a schivare e a rientrare. E sudano, e faticano, e sopportano come quelli di prima. Allora capisci che la motivazione non era quella che credevi, quella che ti avevano spiegato, non si trattava di rabbia ma di vita, vogliono combattere per sentirsi vivi. Quei pugni che tengono stretti in tasca, in quella tasca grande come la loro anima, li vogliono far esplodere per dire al mondo che ci sono, sono lì, fermi sulle loro gambe, pronti a combattere.
Non odiano il loro avversario, non lo temono, con lui si misurano, soltanto.
Sono disposti a prendere i pugni solo per capire quanti ne dovranno prendere prima di sapere quanto valgono.

 

 

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